In medicina impariamo presto che, quando un essere umano si trova tra la vita e la morte, molte delle cose che dividono il mondo fuori dalla sala operatoria semplicemente scompaiono. Non contano più la nazionalità, la lingua, i confini o le divergenze politiche. Un paziente entra in sala operatoria con una sola identità: quella di un essere umano che ha bisogno di qualcuno che gli salvi la vita. Forse è proprio per questo che ho sempre sentito di comprendere la filosofia umanitaria di Sheikh Zayed più profondamente dall’interno di una sala operatoria che attraverso libri o discorsi.
Il compianto Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, che Dio abbia misericordia di lui, non considerava l’assistenza umanitaria come un’attività aggiuntiva che lo Stato svolge quando le circostanze lo consentono. La considerava parte integrante del significato stesso dello Stato e della sua responsabilità. Nella sua visione, una nazione di successo non è soltanto quella capace di costruire per sé, ma quella che possiede abbastanza forza e fiducia da tendere la mano agli altri. Forse una delle più grandi idee che Sheikh Zayed ha lasciato agli Emirati Arabi Uniti è che la vera forza non si misura soltanto da ciò che uno Stato possiede, ma anche da ciò che è capace di donare.
Questo principio è profondamente radicato nell’esperienza emiratina fin dalle sue origini. L’azione umanitaria non è mai stata concepita come un’attività stagionale, una risposta temporanea alle crisi o un’iniziativa il cui valore possa essere misurato dal numero di comunicati o immagini che la accompagnano. È stata l’espressione di una visione etica secondo cui una persona deve essere aiutata semplicemente perché è un essere umano; la sofferenza non ha bisogno di un passaporto per meritare attenzione; e il dovere umanitario non dovrebbe fermarsi davanti ai confini della geografia, della lingua, della religione o della politica.
Ho vissuto personalmente una parte di questa filosofia. Ogni volta che ho partecipato a una missione medica umanitaria, e ogni volta che mi sono trovato davanti a un paziente cardiopatico incapace di sostenere i costi delle cure, ho compreso che ciò che stavamo facendo era molto più di un intervento chirurgico. Portavamo con noi un’idea: che la vita di una persona non dovrebbe mai essere ostaggio del luogo in cui è nata o delle sue possibilità economiche. E abbiamo visto con i nostri occhi come una decisione medica, un intervento al cuore o una squadra arrivata da migliaia di chilometri di distanza potessero restituire speranza a un’intera famiglia.
Ho avuto l’onore di eseguire migliaia di interventi chirurgici su pazienti cardiopatici bisognosi in diverse parti del mondo nell’ambito di iniziative legate al nome del compianto Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan. Per noi, il nome di Sheikh Zayed non era mai semplicemente un nome associato a un’iniziativa umanitaria. Rappresentava una filosofia completa del modo in cui guardiamo all’essere umano: una filosofia secondo cui il vero valore della conoscenza, della ricchezza o di un’istituzione non si misura da ciò che conserva per sé, ma dall’impatto che riesce a generare nella vita degli altri.
Qui sta la differenza tra un atto di beneficenza e un autentico approccio umanitario. La beneficenza può terminare una volta soddisfatto il bisogno immediato. Un approccio umanitario, invece, si trasforma in istituzioni, politiche, ospedali, scuole, ponti aerei umanitari, équipe mediche, programmi di sviluppo e generazioni educate a comprendere che stare accanto a un altro essere umano non è un’eccezione, ma una responsabilità naturale dello Stato e della società. La vera azione umanitaria non inizia soltanto quando scoppia una crisi. Comincia prima, costruendo la capacità di affrontarla, e continua dopo, mettendo le persone nelle condizioni di tornare a reggersi sulle proprie gambe.
La vera eredità di Sheikh Zayed non si misura soltanto dal numero di progetti che hanno portato il suo nome, né dall’entità degli aiuti forniti dagli Emirati durante la sua vita, per quanto importanti siano stati questi risultati. La sua eredità più profonda sta nel fatto che una generazione che non ha vissuto il suo tempo continua ancora oggi ad agire secondo gli stessi principi. A mio avviso, questo è il segno più chiaro che un valore si è trasformato dalla convinzione di un individuo nella cultura di una nazione.
Sotto la guida di Sua Altezza Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Presidente degli Emirati Arabi Uniti, questo approccio è continuato e si è ampliato, diventando sempre più istituzionalizzato e strettamente legato ai concetti di sviluppo, sostenibilità e rafforzamento delle capacità. La questione non è più soltanto arrivare sul luogo di una crisi. Dobbiamo anche chiederci: come possiamo fare in modo che il nostro impatto continui anche dopo la fine dell’emergenza? Come possiamo rafforzare le capacità sanitarie? Come trasferire conoscenze? Come formare le persone? Come aiutare le comunità a recuperare gli strumenti e le capacità necessarie per andare avanti?
Questa trasformazione è particolarmente importante perché oggi il mondo ha bisogno di più del solo soccorso d’emergenza, per quanto essenziale esso rimanga. Ha bisogno anche di un’azione umanitaria più profonda e sostenibile. Quando si verifica una catastrofe, cibo, medicine e aiuti d’emergenza devono arrivare rapidamente. Ma una volta superata la fase più critica, comincia la domanda più difficile: cosa viene dopo? Come ricostruiamo un ospedale? Come formiamo i medici? Come garantiamo la continuità dell’istruzione? Come assicuriamo l’accesso all’acqua? Come aiutiamo una famiglia a ritrovare la propria autonomia invece di rimanere dipendente dagli aiuti? È questo il momento in cui l’azione umanitaria passa dal soccorso all’empowerment.
Nel settore sanitario, in particolare, conosco molto bene la differenza tra salvare un paziente e costruire un sistema capace di salvarne molti. Un singolo intervento può restituire una nuova vita a una persona, ma formare un giovane chirurgo può offrire la stessa possibilità a centinaia di pazienti. Trasferire una tecnologia medica avanzata può trasformare la qualità delle cure in un intero ospedale. Creare un’unità specialistica può ridisegnare il futuro di una città o di un’intera regione. Per questo credo che la forma più significativa di medicina umanitaria sia quella che unisce cura, formazione e sviluppo delle capacità.
Curare oggi un paziente è un grande risultato; formare un medico che domani salverà altri pazienti crea un impatto ancora più profondo. E contribuire alla costruzione di un’istituzione capace di servire le persone per molti anni rappresenta l’azione umanitaria sostenibile nella sua forma più alta.
E questo, a mio avviso, è uno degli aspetti più belli dell’esperienza emiratina: il bene non è rimasto un’iniziativa, è diventato un approccio permanente. Non è rimasto un ricordo legato al Padre Fondatore, è diventato parte dell’identità della nazione. Mettere l’essere umano al primo posto non era semplicemente una frase nella filosofia di Sheikh Zayed: era un modo di costruire un Paese.
Prof. Abdallah Raweh
Cardiochirurgo di fama internazionale; Presidente onorario dell’Università di Salerno, Italia; Vicepresidente dell’Università di Lugano, Svizzera; Professore di Cardiochirurgia presso l’Università Cattolica di Roma; e Professore di Cardiochirurgia a Londra, Regno Unito.
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